Il 16 Agosto rappresenta per noi una ricorrenza importante. Nel territorio bergamasco il 16 agosto si ricordano i tradizionali Copertini di Leffe (in dialetto Ol «Coértì). Desideriamo raccontarvi la loro storia perché è la loro passione, la passione che arriva dalla tradizione secolare delle nostre famiglie, dai bisnonni e prima ancora dai padri dei loro padri, che ci fa avere oggi la stessa passione.

Ma chi è Ol «Coértì»?

Il copertino o Coértì è una figura che nella tradizione rappresenta l’operosità e l’intraprendenza della gente della Val Gandino, valle bergamasca famosa per il tessile sin dall’antichità, che si è oggi sviluppata sia sui mercati locali che internazionali.

«Coértì» è il termine dialettale con il quale vengono denominati quei venditori ambulanti che esercitavano stagionalmente la loro professione sin nelle più lontane contrade. L’appellativo deriva da «coérta» (coperta) e venne coniato agli inizi del ’900, per quei primi intrepidi che si avventurarono su ogni piazza a vendere l’unico manufatto locale facilmente commerciabile: la “pilusa”, ossia la coperta. Le loro storie fanno parte della tradizione leffese e vengono ricordate ancora oggi dai più anziani con molto affetto. I copertini vengono ricordati ad Agosto in quanto erano soliti tornare in paese in occasione delle festività estive per ricongiungersi con le famiglie e caricare la mercanzia da rivendere nei viaggi successivi.

Un po’ di storia

La storia dei «coértì» ebbe inizio nel 1796, anno in cui giunse a Leffe un soldato tedesco, tal Rudy che, per ricambiare la cordiale ospitalità ricevuta da una famiglia del luogo, svelò ad essa il segreto per lavorare il cascame di cotone (materiale molto grezzo e povero) con la juta. Stracci, sacchi di juta, corde, scarti di seta e quant’altro poteva essere reperito veniva minuziosamente pestato su di un tronco d’albero al fine di ottenere una specie di cascame il quale, opportunamente trattato, veniva filato dalle donne con la rocca e il carrello, ricavandone un filo che veniva successivamente lavorato con i primi telai a mano. Erano macchinari rudimentali, poco pratici. Il prodotto finale era la coperta «catalogna», un manufatto alquanto povero, di vago colore grigiastro, ideale ai mille usi. Questa coperta diventa il primo vero prodotto commerciabile per gli imprenditori della zona.

A quei tempi Leffe era un paese come tanti altri della valle; contava circa duemila abitanti che conducevano una vita non facile, date le poche risorse. La situazione di disagio spinse molti ad emigrare, tanti con un fagotto di coperte sulle spalle. Ed è a questo punto che l’incredibile racconto dei tempi pionieristici dell’industria leffese incontra quello dei primi «coértì». Uno dei primi fu Giuseppe Capponi “Pistrì” che già dal 1890 si recava fino a Treviso, con un carretto spinto a mano.

A lui si fa risalire, secondo la tradizione, la nascita del mestiere, quando in Val Formazza si trovò a proporre la merce in una stalla, dove aveva trovato riparo da un temporale. La prima volta che venne attorniato da un gruppo di persone presentò i suoi prodotti, lasciandoli liberamente da provare a quei curiosi e se fossero piaciuti li avrebbe attesi il giorno dopo con la sua merce da pagare o restituire. Si era accollato un grosso rischio ma il giorno seguente la sua fiducia venne ripagata, perché tutti tornarono per pagare e per rifornirsi di altra roba.

Sulle sue orme, sempre più leffesi iniziarono a dedicarsi a quel mercato, vagabondando un po’ dovunque sul territorio nazionale e facendo ritorno periodicamente al paese per rifornirsi di manufatti. Sulla fine del XIX secolo erano talmente numerosi che costituivano un vero e proprio movimento commerciale.

Agli inizi del secolo scorso numerosi leffesi erano diventati «coértì». Tempi irripetibili, in bilico fra sacrificio e commedia, fra necessità e intuito imprenditoriale. La creatività dei copertini non aveva limiti. Era una recita continua, con rime improvvisate e storie inverosimili. Non c’era la televisione e l’arrivo dei “bergamaschi” era un evento”. Il meccanismo di vendita era preciso e collaudato: l’arrivo in un paese nel pomeriggio, il girovagare fra le vie, la reclame, con rullo di tamburi e poi “la serada”, l’imbonimento vero e proprio, che dopo cena richiamava gli abitanti in piazza, calamitandone l’attenzione.

Il carretto spinto a mano venne poi sostituito da un moderno carro trainato dal cavallo e quella classica e tradizionale immagine di venditore ambulante era completata dalla figura di un bambino, strappato prematuramente agli affetti familiari e alla spensieratezza della sua età, «ol garzù» (il garzone), che aveva il compito di apparire impacciato e stupirsi sino alla disperazione per i ribassi fantasmagorici che il venditore stava applicando sulla merce. Ovunque ripetevano la storica «serata» per decantare le merci con argute espressioni e battute umoristiche dialettali.

Grazie a loro anche le attività produttive leffesi si allargarono progressivamente, passando da una produzione “casalinga” ad un vero e proprio commercio artigiano e, in seguito, di una fiorente industria. Sorsero infatti le prime filature, installate nei vecchi mulini. È da qui che la Val Gandino si è trasformata nella fiorente valle del tessile che tutti conosciamo.

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